Indice Metodica originale

 

Metodologia “Dottoressa Maria Antonietta Fusco”.

 

A questo punto devo raccontarvi la mia storia professionale, non tutta, solo quella degli ultimi anni. Non vi spaventate, cercherò di esporre le cose nel modo più breve possibile, ma senza conoscere questo strano iter, non si può comprendere come un cardiologo ospedaliero, innamorato della sua professione e della cardiologia, abbia improvvisamente, dopo 27 anni di carriera ospedaliera a tempo pieno, deciso di abbandonare la cardiologia e l’attività ospedaliera, per avventurarsi in sperimentazioni considerate “folli”, per l’epoca in cui sono iniziate.Circa 16 anni fa frequentai un Master triennale di Flebologia, in cui si diede molta importanza alla funzione podalica come primum movens della creazione della vis a tergo nella circolazione venosa e linfatica. In effetti la cosiddetta funzione di pompa impulsoaspirativa (fig. 145) che è presente negli arti inferiori, organizzata dalla contrazione muscolare, e che permette la risalita del sangue venoso in posizione antigravitazionale verso il cuore, inizia proprio nella pianta dei piedi, a livello della suola venosa di Lejars. (fig. 146)

Sempre a questo Master, ci spiegarono che si era tentato in vario modo di influenzare questa funzione di pompa della pianta del piede, specie in presenza di insufficienza del circolo venoso e linfatico, sia con plantari, sia con metodi un po’ più artigianali, quali l’apposizione di piccoli spessori irregolari nelle scarpe, il tutto però con scarsi riscontri terapeutici, tanto è vero che l’unico indirizzo terapeutico valido rimaneva l’utilizzo dell’elastocompressione, in associazione al trattamento farmacologico e, dove necessario, al trattamento chirurgico. (fig. 147)

 

Fig. 145. Pompa venosa

 Fig. 146. Spugna venosa

 

Fig. 147. Circolo venoso.

Un collega tedesco, che frequentava insieme a noi questo corso, ci parlò dell’esperienza di alcuni chinesiologi tedesci che a Passau, stazione termale del sud della Germania, usavano valutare la pianta del piede “chinesiologicamente” e, là dove erano evidenti delle alterazioni, apponevano dei piccoli feltrini, ottenendo dei discreti risultati terapeutici. La cosa mi incuriosì moltissimo, anche perché non avevo mai sospettato che esistessero altre categorie professionali che si interessassero della salute delle persone se non medici, inferieri e fisioterapisti, e mi fece decidere di andare a Passau a vedere cosa facessero questi chinesiologi.

In effetti essi valutavano, con il metodo della chinesiologia applicata, utilizzando il muscolo deltoide come muscolo campione, a paziente in piedi, la funzione della pianta del piede. Partendo dalla valutazione del muscolo deltoide debole, apponendo dei piccoli pezzetti di sughero, non superiori a 2 mm di spessore, della superficie di 4-5 mmq, qua e là sotto la pianta dei piedi, un piede alla volta ed uno spessore alla volta, evidenziavano delle variazioni rispetto al test di base. Consideravano come punto da trattare quello in cui, ponendo lo spessore, si otteneva un rinforzo del muscolo deltoide. In questo modo, assolutamente empirico, venivano riconosciuti i punti della pianta del piede da trattare. Il trattamento terapeutico, poi, consisteva nell’appiccicare nelle scarpe del paziente dei piccoli feltrini adesivi, in corrispondenza dei punti trovati con la valutazione muscolare. A detta dei chinesiologi e di alcuni pazienti, quelli che potei intervistare nei 20 giorni della mia permanenza in Germania, si otteneva una riduzione del senso di pesantezza delle gambe ed anche una riduzione del gonfiore perimalleolare serale, tipico dei portatori di insufficienza venosa.

Tale possibilità terapeutica risultava perciò molto semplice da realizzare, priva di rischi o controindicazioni, e, anche se avesse assicurato soltanto un maggiore benessere soggettivo al paziente, poteva essere di ausilio al trattamento delle insufficienze veno-linfatiche croniche. Introdussi perciò tale pratica nella mia attività ambulatoriale.

Il primo problema pratico che però dovetti affrontare fu il rendere fruibile tale terapia nelle diverse scarpe dei pazienti. Infatti, apponendo i feltrini adesivi nelle scarpe che occasionalmente il paziente indossava nel giorno della sua visita ambulatoriale, ed essendo istruito sulla necessità di tale terapia per il miglioramento della sua circolazione, la maggior parte delle persone tendeva a portarmi le altre scarpe perché appiccicassi i feltrini anche in quelle. La cosa, ovviamente, era oltremodo scomoda, sia per i pazienti, ma soprattutto per me. Cominciai allora ad utilizzare quelle solette di poliuretano espanso, bucherellate e telate che si reperiscono in tutti i supermercati, che, opportunamente sagomate, si adattano a qualsiasi tipo di scarpa, come supporto ai feltrini. In questo modo nasceva il prototipo del plantare.

Circa i risultati terapeutici che potevo notare nei miei pazienti con insufficienza veno-linfatica periferica, questi erano sostanzialmente sovrapponibili a quelli riferiti dai pazienti tedeschi. Non c’erano sicuramente variazioni significative né dell’esame ispettivo né degli esami strumentali, tipo il doppler, ma era invece costante la maggiore sensazione di benessere riferita dai pazienti. Avrei sicuramente continuato tranquillamente ad utilizzare i feltrini appiccicati sulle solette di poliuretano espanso nei pazienti portatori di cattiva circolazione veno-linfatica periferica, contentandomi dei minimi risultati che tale pratica poteva assicurare, anche perché non sospettavo minimamente le implicazioni che una stimolazione costante della pianta dei piedi potesse dare. La svolta avvenne quando, per puro caso, alcuni pazienti mi riferirono che avevano notato, con l’utilizzo costante di tali feltrini, una riduzione della dolenzia lombare mattutina che lamentavano già da molto tempo, ed una signora, addirittura, mi disse che le si erano drasticamente ridotti gli episodi di cefalea muscolotensiva di cui soffriva da anni.

La cosa mi impressionò non poco, anche perché non avrei mai immaginato che un qualcosa che veniva fatto per migliorare la circolazione venosa periferica potesse funzionare sull’apparato locomotore. La mia mente, però, cominciava, sua sponte, ad incasellare anche queste notizie, per cui mi trovai ad introdurre, nell’anamnesi del paziente vasculopatico, anche domande circa lo stato di benessere o malessere dell’apparato locomotore, e tali domande venivano ripetute ad ogni controllo clinico.

Alla fine dei primi sei mesi di tale allargamento di vedute, notai, riguardando le cartelle cliniche in chiave statistica, che come era una costante il maggiore benessere riferito alla sensazione di pesantezza delle gambe, così era altrettanto costante la sensazione soggettiva di maggiore benessere osteo-articolare con riduzione dei dolori dei cingoli lombari e cervicali.

 

Un fenomeno che avviene con costanza e con rilevanza statistica significativa non può avvenire per caso. Cercai allora di informarmi presso colleghi ortopedici ospedalieri, se avessero letto o se utilizzassero ortesi plantari per curare i dolori osteo-articolari. La risposta fu unanimemente negativa, anche perché si interessavano tutti di settori chirurgici in ambito ortopedico.

Provai perciò a trovare delle risposte ai miei dubbi in libreria, ed intercettai le pubblicazioni di Soushard, Mesiere, Busquet, ed altri che proponevano una visione olistica del paziente con algie muscolo-scheletriche ed avevano elaborato metodologie fisioterapiche particolari. Venni così a conoscenza che esistevano le catene muscolari e che alcuni sintomi dovuti a contrattura cronica dei muscoli potevano essere eliminati con una corretta respirazione. Trovai, inoltre, le pubblicazioni dei primi autori che parlavano di postura e posturologia, quali Gagej, Bricot, Villeneve ed altri.

Mi convinsi allora che una correlazione tra appoggio podalico e stato di salute dell’apparato locomotore era possibile e continuai nell’utilizzo dei feltrini, sempre limitatamente ai pazienti con insufficienza del circolo veno-linfatico.

 

Una seconda svolta, più significativa della prima, avvenne circa un anno dopo, quando fu accettata una mia comunicazione ad un congresso internazionale di ortopedia, il cui tema conduttore era :”Approccio multidisciplinare alla lombalgia cronica”. La mia comunicazione parlava appunto della possibilità di utilizzare la pianta dei piedi come ingresso terapeutico alle algie aspecifiche croniche dell’apparato locomotore, nominando in modo generico l’utilizzo di alcuni plantari, e riportando in termini statistici i risultati ottenuti su un discreto numero di pazienti.

 

Ovviamente, io stessa mettevo in luce i lati oscuri di questo approccio terapeutico ed i limiti metodologici del mio studio:

- il campione di pazienti non era selezionato

- non c’era un gruppo controllo

- non c’era il raffronto con altra terapia già abitualmente utilizzata e validata

ma, allo stesso tempo, la rilevanza statistica di quello che riferivano i pazienti era innegabile e, d’altra parte, la finalità della mia comunicazione era di risvegliare l’interesse per lo studio della pianta del piede negli specialisti dell’apparato locomotore.

Mai e poi mai avrei immaginato che quella presenza mi avrebbe portato a “cambiare mestiere”! La mia relazione suscitò in alcuni il risveglio della loro vena polemica più accesa, in altri, invece, fortunatamente in numero più numeroso dei primi, grande interesse, per cui la discussione e le richieste di approfondimento continuarono anche fuori dell’aula.

Io, però, vivevo quella esperienza come una vacanza: mi trovavo da cardiologo ed, al massimo da flebologo clinico, ad un congresso internazionale sulle lombalgie, frequentato essenzialmente da ortopedici, fisiatri e fisioterapisti, un mondo a me completamente estraneo e sconosciuto e che, di lì a poco, avrei definitivamente abbandonato. Frattanto continuavo ad essere un cardiologo ospedaliero a tempo pieno che nell’ambito dell’attività ambulatoriale si interessava anche di flebopatie.

Grande fu la mia meraviglia, quando, a circa due mesi di distanza da tale congresso, un medico australiano mi mandò via fax una richiesta in cui mi comunicava di voler approfondire la conoscenza del “mio metodo”, voleva introdurre nella sua pratica clinica l’uso dei “miei plantari” ed era addirittura disponibile a venire in Italia per un corso di formazione.

Venni presa letteralmente dal panico, quale metodo gli avrei potuto insegnare? Non esisteva il metodo, ma non esistevano nemmeno i plantari, esistevano solo dei feltrini appiccicati in modo empirico e del tutto occasionale su solette di poliuretano espanso! Decisi di prendere tempo, lasciai passare circa un mese e risposi che al momento i miei impegni ospedalieri non mi permettevano di dedicarmi velocemente alla organizzazione e traduzione, almeno in inglese, dei miei appunti, ma che, appena sarei stata pronta, avrei inviato tutto il materiale disponibile. Lo ringraziavo ovviamente del suo interessamento e chiedevo anche cosa l’avesse spinto a voler fare questo tipo di approfondimento. Venni così a sapere che erano state pubblicate, su riviste indicizzate di ricerca scientifica in biomeccanica e neurofisiologia, delle sperimentazioni che cominciavano a dimostrare una certa interconnessione tra l’appoggio del piede e la stazione eretta dell’uomo e che questo era il filone di ricerca più in auge, al momento, in ambito fisiatrico. Passarono sei mesi, ed io avevo quasi completamente dimenticato l’impegno preso con li collega, quando mi arriva, prima una telefonata dall’Australia, all’una di notte, il collega non aveva considerato il fuso orario, e poi un nuovo fax. La richiesta era sempre la stessa ed uguale fu pure la mia risposta. Credevo in questo modo di stancarlo con il ritardo e l’attesa.

Ma mi sbagliavo di grosso!

Dopo ancora quattro mesi mi arriva una telefonata dal segretario della sezione dell’Ordine dei Medici della provincia di Avellino, che mi convoca presso la sede dell’Ordine per comunicazioni che mi riguardavano. Mi reco presso la sede dell’Ordine il prima possibile e trovo una richiesta ufficiale di verifica circa la mia effettiva appartenenza ed iscrizione all’Ordine dei Medici–Chirurghi, da parte del collega australiano, inoltrata tramite il direttore della filiale della Banca Nazionale del Lavoro di Sydney.

A questo punto non potevo più sottrarmi, ne andava dell’orgoglio personale!

 

“La necessità aguzza l’ingegno!”

Mai detto è stato più valido.

Punta sull’orgoglio e per non fare una pessima figura, pensai velocemente a come organizzare l’esperienza accumulata in campo clinico, ma anche ad un metodo alternativo di valutazione e correzione della pianta del piede, tale che fosse replicabile seguendo un filo logico conduttore, che avesse almeno una parvenza di ragionamento fisiopatologico alle spalle.

 

L’INTUIZIONE.

Partendo dal concetto che esiste un tessuto antigravitazionale in tutto l’organismo che ci permette l’ortostasi, e sapendo che anche l’organizzazione architettonica tridimensionale dei piedi è rappresentata da una struttura ad arcate ossee, ho cercato di identificare il tessuto antigravitazionale presente nella pianta dei piedi, cioè le strutture che reggono le arcate ossee sollevate da terra. (Fig. 148)

Ovviamente doveva trattarsi di strutture muscolari, ed ovviamente dovevano essere soprattutto i muscoli intrinseci del piede. Ma come sapere quali, e come intervenire su di essi?

Ho pensato allora di partire da un piede piatto di terzo grado, in cui non c’è attività antigravitazionale valida, tanto è vero che le arcate ossee risultano tutte crollate, e di valutare punto per punto la pianta del piede, andando a sollecitare elettricamente, con ago ad infissione ecoguidato, le varie zone del piede. La stimolazione elettrica avrebbe dovuto aumentare il tono muscolare e, nel muscolo che svolgeva anche funzione antigravitazionale, permettere di modificare l’assetto tridimensionale del piede e, di conseguenza, modificare l’appoggio.

Quest’ultimo veniva valutato su foglio per podogramma. In particolare tale sollecitazione venne data alle zone di inserzione dei muscoli intrinseci del piede stesso. Valutavo positiva la zona e l’inserzione muscolare che, sollecitata elettricamente, modificava l’impronta al podogramma. Ovviamente le prove sono state ripetute più e più volte, essendo io la prima e più fedele cavia, avendo per l’appunto piedi piatti di terzo grado, aggravati da alluce valgo bilaterale. Effettivamente andando ad agire su determinati punti ed insistendo sugli stessi, si otteneva una riduzione dell’entità del piattismo.

 

Figg. 148-149.

Intercettai così quella che inizialmente definii la “catena statica della pianta dei piedi” (Fig. 149), costituita dalle inserzioni distali e parte del ventre muscolare del

 

flessore corto dell’alluce,

adduttore dell’alluce

e flessore corto del quinto dito,

 

come responsabili del mantenimento dell’arcata anteriore traversa fisiologica.

 

Le inserzioni distali e parte del ventre muscolare del

flessore corto dell’alluce,

abduttore dell’alluce

e zona calcaneare mediale,

come responsabili del mantenimento dell’arcata longitudinale mediale fisiologica.

 

Le inserzioni distali e parte del ventre muscolare del

flessore corto del quinto dito,

abduttore del quinto dito

e zona calcaneare laterale,

come responsabili del mantenimento dell’arcata longitudinale laterale fisiologica.

 

Cominciai perciò ad utilizzare queste zone di inserzione muscolare come zone fisse di valutazione e correzione dell’appoggio podalico, utilizzando sempre i feltrini, ma posizionati solo in queste zone. Per riconoscere quali di queste zone trattare, provai ad eseguire il test muscolare di tipo chinesiologico a paziente sdraiato. La prima variabile che incontrai fu che il muscolo campione, poteva essere il deltoide o anche il flessore delle dita tra indice e pollice, questi risultavano sempre forti alla valutazione di base, finivano poi per risultare deboli dopo sfioramento dei vari punti standard della pianta dei piedi, di tutti o solo di alcuni di essi. Il punto della pianta del piede, corrispondente all’inserzione di ognuno dei muscoli sopramenzionati, che, sfiorato, determinava un indebolimento del muscolo campione, era un punto da sollecitare. In effetti introdussi tre variabili rispetto a ciò che avevo appreso dai kinesiologi:

1) La posizione sdraiata del paziente, che mi permetteva innegabilmente di praticare il test di base senza che i piedi venissero in alcun modo impegnati, e di valutare poi sicuramente i vari punti alla volta

2) Il dosaggio della stimolazione pressoria da imprimere ai vari punti della pianta del piede, che doveva essere di tipo tattile superficiale, a tipo sfioramento, per poter sollecitare soltanto le quote più super- ficiali dei meccanocettori cutanei

3) La identificazione di punti certi da analizzare e poi, eventualmente, da trattare.

 

Cominciava in questo modo a delinearsi un metodo sistematico e logico di valutazione! Mancavano ancora i plantari!

Frattanto verso la fine del 1990 era stato pubblicato su Exp.Brain Res. un lavoro dal titolo: “I recettori sensoriali podalici lavorano in coppia con i recettori sensoriali dell’anca”. Gli AA., dopo aver ischemizzato i piedi di alcuni volontari sani, ne misuravano la postura mediante elettromiografia e gait analysis e dimostravano che ci sono degli adattamenti, in seguito all’alterata funzione neuro-recettoriale della pianta dei piedi, sia negli arti inferiori, che nell’anca.

 

Agli inizi del 1991, poi, sempre sulla stessa rivista venne pubblicato un altro lavoro dal titolo: “La funzione dei recettori cutanei plantari e l’attività del soleo sono fortemente collegate”. Qui gli AA. misurava con l’elettromiografia l’attività del muscolo soleo, col piede poggiato completamente, cioè con un contatto completo dal tallone alle dita, non c’erano variazioni; l’attività elettromiografica aumentava, diminuendo la superficie di appoggio, mediante solette più piccole del piede.

 

Queste due pubblicazioni furono le mie linee guida, e mi permisero di essere sicura di aver imboccato la strada giusta nella valutazione della pianta del piede, in quanto, se era stato dimostrato che stimolando i recettori cutanei plantari si aumentava l’attività contrattile del muscolo soleo, questo era sicuramente possibile in qualsiasi altro muscolo dinamico dell’organismo, non essendoci barriere in nessuna parte del nostro corpo. Queste dimostrazioni sperimentali mi diedero anche l’imput a cercare materiali diversi dai semplici feltrini.

 

Se era dimostrato che l’attività tonica del muscolo soleo, e di conseguenza di tutti i muscoli, dipendeva dalla funzione dei recettori cutanei plantari, mi sono chiesta allora come poter influenzare questa funzione recettoriale. Quali sono i recettori sensitivi plantari?

Tra i meccanocettori presenti nella cute della pianta del piede, i più rappresentati sono quelli sensibili alla pressione, avevo quindi bisogno di un materiale capace di interagire con queste terminazioni nervose, avevo bisogno di un materiale capace di sviluppare una forza elastica. Doveva essere un materiale che potesse deformarsi sotto l’azione di una forza esterna, ad esempio la pressione esercitata dal corpo durante la fase di appoggio della deambulazione, ma che potesse altresì riprendere la propria configurazione primitiva al cessare di tale pressione. In genere la deformazione di un corpo è costituita da una deformazione elastica ed una permanente, quest’ultima rimane anche quando il carico cessa. Ma per esercitare sì una pressione ed anche una decompressione costante sulle zone stabilite della pianta dei piedi, tanto da risvegliare la funzione recettoriale dei meccanocettori pressori, avevo bisogno di un materiale che mantenesse proprietà costanti di elasticità per molto tempo ed che reggesse pressioni notevoli a lungo, esprimendo una deformazione elastica quasi del 100%, e facendo residuare una deformazione permanente quasi a zero. Va ricordato che un uomo di 70 Kg. di peso esprime, durante la marcia, una pressione di 7 quintali sulla superficie della pianta dei piedi che tocca il terreno.

Per queste motivazioni, diedi incarico ad uno staff tecnico con professionalità specifiche di ricercare e trovare tali materiali. Scartammo sia la forma classica dei plantari esistenti che i materiali con cui questi erano costruiti, specialmente i materiali rigidi. La foggia abituale dei plantari, anche quelli ancora oggi in largo uso, riempiono tutto lo spazio occupato dal piede nella scarpa, vanno cioè dal calcagno alle dita. Ma la ricerca scientifica aveva dimostrato che si ottiene una maggiore attivazione neuro-recettoriale, se diminuisce la superficie di appoggio. Decidemmo allora di creare uno strumento che permettesse un contatto solo sulla pianta del piede, lasciando libere le dita. Anche la ricerca dei materiali fu lunga e laboriosa.

Dovevamo creare un mezzo terapeutico che potesse interagire con le terminazioni nervose cutanee della pianta del piede, e che potesse essere riconosciuto dall’organismo come parte integrante del suo sistema biologico. Era indispensabile, inoltre, che fosse ben tollerato anche dai piedi dolenti, o artrosici, o artritici, che non creasse un grande ingombro nelle calzature, che fosse infine anche gradevole alla vista ed al tatto. Niente è stato lasciato al caso, praticando anche le prove di usura e di funzione presso agenzie specializzate, ottenendone la certificazione necessaria.

Finalmente, a distanza di nove mesi dalla mia convocazione presso l’Ordine dei Medici di Avellino, c’era un metodo, anche se semplice, e soprattutto c’era il plantare!

Costruito con uno strato di caucciù naturale ed uno di alcantara, presenta al suo interno sette sacche, ognuna posizionata in corrispondenza delle inserzioni muscolari dei muscoli intrinseci identificati, proponendo una possibilità di adattamento a qualsiasi personalizzazione. A seconda delle necessità di ogni singolo paziente, previo il riconoscimento delle zone di malfunzione neuro-recettoriale, si provvede ad attivare la stimolazione neuro-recettoriale di quella zona, riempiendo la sacca corrispondente alla zona di malfunzione con del Biotens °, materiale elastico, capace di sviluppare, a 4 mm di spessore all’interno della sacca, una forza elastica uguale alla pressione a cui è sottoposto.

E = P  
(secondo la Legge di Hooke, enunciata nel 1676 con ut tensio, sic vis)

FIG. 150 -151- 152

Arrivare alla formulazione definitiva di detto materiale di attivazione ebbe le sue difficoltà: avevamo bisogno di particelle elastiche che esprimessero deformazioni volumetriche piccole rispetto alle dimensioni geometriche iniziali, inoltre era necessario che tale materiale fosse isotropo, cioè capace di esprimere le sue proprietà elastiche in modo uguale in tutte le direzioni, perchè il suo rendimento fosse ottimale. Ricordo a me stessa che il rendimento è dato dal rapporto tra lavoro assorbito, dato da forze esterne, Lr, e lavoro erogato, forza motrice di rimando, Lm, secondo la formula:

η = Lr/Lm sempre < 1 (figg. 150-151-152)

Così attivato il plantare, indossato, esercita un massaggio continuo in senso verticale sulla pianta dei piedi, stimolando la muscolatura estensoria dell’intero organismo. Da qui il nome di “ATTIVO” dato a questo prodotto, non più un supporto passivo e coercitivo per il piede, ma uno stimolatore neuro-recettoriale, totalmente avulso da qualsiasi funzione meccanica, capace di interagire con l’intera organizzazione dell’apparato locomotore attraverso l’innesco di circuiti riflessi neuronali. Inoltre, a seconda della pressione che volevamo esercitare sulla pianta del piede, variando gli spessori in ogni singola sacca, potevamo decidere se attuare una stimolazione soltanto dei meccanocettori cutanei, ottenendo solo una risposta antalgica, oppure arrivare ai propriocettori muscolari ed articolari, per ottenere anche un riallineamento articolare del soma.

«ALL’EPOCA NON MI RESI CONTO DELLA RIVOLUZIONE ChE PORTAVO IN CAMPO ORTOPEDICO E FISIATRICO!»

Essendo un cardiologo, completamente all’oscuro dei parametri valutativi e terapeutici di tipo ortopedico e fisiatrico, mi sono lasciata guidare solo dalla logica, da un ragionamento di ipotesi fisiopatologia, corroborata dal confronto con le basi del funzionamento neurofisiologico dell’apparato locomotore e con le pubblicazioni scientifiche sperimentali che sono riuscita ad intercettare. Di fatto io ed il mio staff siamo stati i primi in assoluto, a livello mondiale, anche in campo posturale, a considerare la pianta dei piedi un vero e proprio accesso terapeutico, non per “compensare” o “scaricare”, ma per correggere e riattivare funzioni sopite ed anomale, e ad aver eseguito una applicazione clinica, su un gran numero di pazienti, di tale principio e presidio.

 

Nessuna azione meccanica era richiesta alla nostra ortesi, ma solo la funzione di interfacciarsi col sistema nervoso, modificando e, di fatto, correggendo il circuito informazionale da cui dipende l’estrinsecazione del tono muscolare e della fibro-elasticità fasciale di tutto l’organismo.

Non “sollevare” passivamente un’arcata plantare crollata, come avviene nel piede piatto di 2° e 3° grado, ma una sollecitazione fibro-elastica capace di ridare tono al muscolo responsabile del mantenimento dell’arcata plantare e riportarlo ad una conformazione e funzione normale.

Quando sono passata dall’uso dei feltrini all’uso dei plantari veri e propri ed all’utilizzo di questi ultimi materiali, ho scoperto un nuovo mondo. La prima cosa fu che i pazienti avvertivano molto di più la presenza del plantare, era quasi costante il racconto di avere la sensazione di sassolini nelle scarpe e di dolenzia ai muscoli delle gambe, nei primi giorni di trattamento, a cui seguiva un senso di benessere generale, con riduzione delle rigidità articolari e rilassamento dei muscoli contratti. A questa sensazione soggettiva di benessere si accompagnavano modificazioni dell’assetto posturale ben evidenti, e, in campo flebologico, riduzione della salienza delle ectasie venose.(fig. 153)

FIG. 153

Non più, quindi, solo la sensazione soggettiva di maggiore benessere, come si verificava con l’uso dei feltrini, dato sicuramente anch’esso importante, ma vere e proprie modificazioni architettoniche dell’organismo, con recupero di posture più corrette, accompagnate sempre da riduzione significativa della sintomatologia dolorosa. La cosa ancora più straordinaria è stato osservare che tali modificazioni avvenivano sia nei soggetti giovani, che negli anziani, praticamente senza limiti di età. (figg. 154-155)

Questi eclatanti risultati mi procurarono un gran numero di pazienti. Si rivolgevano a me non più solo le persone affette da insufficienza del circolo periferico, ma direttamente, persone affette da dolori cronici all’apparato locomotore, con le manifestazioni sintomatologiche più disparate: dalla lombalgia cronica, alla lombalgia con radicolite ed ernie al disco; dalla cervicalgia, alla cervicobrachialgia con ernie discali; dalla vertigine cervicogenica, alla cefalea muscolotensiva; dalla coxalgia, alla gonalgia, alla dorsalgia. Cominciai a visitare anche un gran numero di bambini, da quelli con ginocchia valghe o recurvate, a quelli che presentavano una cattiva deambulazione, a quelli con piede piatto, per finire a quelli con dismorfismi e/o paramorfismi della colonna.

A tutti praticavo un esame posturale generale, cioè una osservazione minuziosa dell’architettura tridimensionale del corpo, identificavo i muscoli superficiali in ipertono e le sedi di aumentata tensione fasciale, che determinavano le alterazioni spaziali ed i sintomi, correlavo il tutto alla funzione neurorecettoriale della pianta dei piedi, facevo attivare il plantare nei punti specifici che questa valutazione mi indicava, e trovavo la soluzione al problema del paziente.
Ai controlli statistici, che divennero ben presto costanti e trimestrali, notavo che soltanto il 6-7% dei pazienti trovava una oggettiva difficoltà ad abituarsi all’uso di questo presidio, di questi circa il 4% abbandonava la terapia per varie motivazioni, tutti gli altri ottenevano buoni risultati terapeutici, tanto che non solo venivano in modo preciso a tutti i controlli clinici consigliati, ma, ogni volta, portavano con sé un nuovo parente o amico da trattare. (tab. 1)
 

fig. 154. PAZIENTE dI ANNI 87 con notevoli alterazioni posturali, lamentava bervicobracialgia e verigini. A dx lo stesso paziente dopo 1 mese di sollecitazione della pianta dei piedi. Sono ben evidenti le modificazioni posturali, ed erano anche notevolmente ridotti i sintomi.

Fig. 155. BAMBINA dI ANNI 3, presentava ginocchia valghe e recurvate, con iperlordosi lombare e rotazione anteriore del cingolo scapolare. dopo 20 giorni di trattamento di stimolazione della pianta dei piedi, tali alterazioni appaiono quasi completamente regredite.

In questo modo, in poco tempo, riuscii ad accumulare una grande esperienza clinica, che mi spinse a confrontarmi con altri clinici che si interessavano di postura, ad essere presente a meeting e congressi, a pubblicare il mio primo libro, ad abbandonare l’ospedale e, purtroppo, la cardiologia. Sia chiaro, nel dicembre 1996 ho abbandonato la Cardiologia clinica ospedaliera, ma la mia forma mentis, la mia impostazione logica e metodologica, rimane quella di un cardiologo, anche se prestato all’ortopedia.

Il confronto con altri autori, e lo scontro, spesso feroce, con gli specialisti dell’apparato locomotore, che consideravano “fantasiose” le mie ipotesi fisiopatologiche, hanno, nel tempo, arricchito il mio bagaglio culturale, portandomi ad utilizzare un linguaggio più pertinente ed ad introdurre nella mia pratica clinica abituale, i parametri e le scale di valutazione proprie degli ortopedici e dei fisiatri.

Attualmente, e da circa due anni, utilizziamo una cartella clinica completa, dove trovano posto sia un’anamnesi a 360°, sia i test di valutazione posturale, sia la valutazione del ROM articolare, sia le scale di autovalutazione del paziente circa il dolore e la disabilità.

Inoltre annualmente studiamo dei protocolli di ricerca, alcuni clinici, altri di base, che eseguiamo, sia presso il nostro Centro Ricerche, Ks scientific factory, istituito ad Avellino (Italia) nel gennaio 2000, sia presso Istituti Universitari o Reparti Ospedalieri, sia italiani che esteri.

C’è da aggiungere, come inciso, che anche il collega australiano, che mi aveva di fatto catapultato in questa avventura, cominciò subito nell’utilizzo dei plantari “Attivo”, ottenendo risultati e successi terapeutici sovrapponibili ai miei.

Attualmente il metodo ed il presidio terapeutico sono presenti, oltre che in Australia, anche in Germania, Irlanda, Svizzera, Austria, Grecia e Cipro. Negli U.S.A., pur avendo ottenuto già dal 1997 la registrazione del plantare “Attivo” presso la F.D.A. (Food and Drags Administration), ha attualmente solo una penetrazione parziale. Curare tale Paese è il nostro più immediato obiettivo.

Tutto questo è stato possibile proprio perché sono riuscita a creare un vero e proprio metodo, con linee guida di riferimento sia nell’inquadramento e valutazione del paziente, che nel programma terapeutico.

 

«RIATTACCHIAMO IL PIEDE AL RESTO DEL CORPO!»

questo è stato il concetto che ha guidato tutta la mia attività di ricerca. Utilizzare la pianta dei piedi come accesso terapeutico capace di determinare modificazioni significative nel funzionamento di tutto l’organismo, è, ancora oggi, considerata dai più una novità in ambito clinico. La mia esperienza sull’utilizzo sistematico di tale accesso, data da almeno 13 anni.

 

Interpretare in chiave semeiologica le asimmetrie corporee, sia quelle del bambino, per lo più asintomatiche, sia quelle dell’adulto e dell’anziano, per lo più accompagnate da dolori e riduzione funzionale, è, ancora oggi, considerata anch’essa dai più, una novità in ambito clinico. Cioè leggere nelle asimmetrie corporee la presenza di ipertoni asimmetrici in muscoli dinamici pari, che in quel momento non dovrebbero mantenere un tono di base superiore a quello espresso dal controlaterale, e correlare questo con una lassità del tessuto antigravitazionale dovuto a disordinate informazioni neuro-recettoriali provenienti dalla periferia, ed in particolare dai meccanocettori della pianta dei piedi, sembra follia pura.

La mia esperienza nella valutazione ed interpretazione della postura del paziente in chiave neuro-muscolare e muscolo-fasciale data da almeno 13 anni.

 

Riuscire a riportare a spazialità fisiologiche sia l’intero organismo che ogni singola articolazione, parlo di organizzazione degli spazi intra-articolari di ogni singola articolazione del corpo, con regressione della deviazione evidente e dei sintomi, senza l’utilizzo di tecniche chirurgiche, è considerata, ancora oggi fantascienza. Io vedo realizzarsi queste variazioni sul corpo dei miei pazienti da almeno 13 anni.

 

Come è possibile tutto ciò?

 

Questa metodologia, considerata “assolutamente originale ed innovativa” anche negli U.S.A., tanto da essere coperta da copy-right con patent No. : US 6,616,619 B2 / sep. 9, 2003, “parte dal riconoscimento dei muscoli intrinseci della pianta dei piedi responsabili del mantenimento delle arcate ossee fisiologiche. Un normale tono di tali muscoli, associato a normale elasticità di legamenti, tendini, aponeurosi e capsule articolari presenti nell’organizzazione architettonica tridimensionale dei piedi, permette un normale funzionamento di tutto l’organismo.

 

Non si tratta solo di una correlazione con gli organi interni e gli apparati, già codificata dalla medicina tradizionale cinese, ma di una originale visione che permette di relazionare la situazione dell’appoggio podalico ad alterazioni di disposizione spaziale dei vari segmenti ossei, nonchè delle varie situazioni di sovraccarico funzionale di ogni singola articolazione di tutto il corpo. Il piede, quindi, non viene più considerato solo come un organo di appoggio, ma come un vero e proprio organo sensoriale nervoso, capace di inviare informazioni al sistema nervoso centrale, in modo da poter organizzare, in base a tali informazioni, la distribuzione di tono muscolare ed elasticità fibro-fasciali di tutto il sistema antigravitazionale di tutto il corpo.”

 

Recita ancora tale patent: “…la Dott.ssa Fusco è stata la prima ad identificare tali muscoli o zone della pianta dei piedi, come gli unici e soli responsabili del mantenimento delle arcate plantari ossee normali..., inoltre, per la prima volta in assoluto, ha messo in connessione tali muscoli o zone con il funzionamento di tutto l’organismo per quanto riguarda l’apparato muscolo-scheletrico e locomotorio…. Come è noto, nell’ambito delle nostre strutture mio-fasciali e capsulari, sono presenti moltissime terminazioni nervose di tipo pressocettivo, esterocettivo, nonchè propriocettivo.... secondo questo nuovo ed originale metodo, è il cattivo funzionamento di queste terminazioni nervose, indovate in strutture muscolari ipo o ipertoniche, o in strutture fasciali poco elastiche, perchè tese o estremamente rilassate, o in strutture capsulari con spazialità non perfettamente conservate e quindi in sovraccarico funzionale, che determina l’invio di imput anomali al S.N.C. e di conseguenza autput disarmonici a tutto il sistema antigravitazionale del nostro organismo. …poter riconoscere le strutture da cui partono tali informazioni anomale e, soprattutto, poter intervenire su di esse, riportando alla normalità tali informazioni, permette di influenzare la fisiologia generale del corpo umano a scopi terapeutici e rende possible la correzione terapeutica di tutte le anomalie posturali che da essa dipendono.... Questa nuova visione dei problemi posturali, ha portato la Dott.ssa Fusco a coniare il termine di -neuro/bio/meccanica-…. L’assetto del nostro organismo non può essere riportato solo allo studio delle leve rigide di sostegno, le ossa, ma dipende essenzialmente dalle informazioni periferiche derivanti dall’interazione tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Nel caso specifico tra le terminazioni nervose autonome presenti nella pianta dei piedi ed il terreno di contatto. Si evince, pertanto, che le pure leggi della meccanica, che riferite al nostro organismo prendono la denominazione di biomeccanica, non sono sufficinti a spiegare le alterazioni tanto frequenti nei pazienti, nè a farci avere un chiaro quadro fisiopatologico di queste. Solo con questa visione neuro-bio-meccanica del funzionamento dell’insieme del nostro organismo, riusciamo a comprendere che tutte le asimmetrie del corpo, oggi definite –atteggiamento-, sono dei veri e propri quadric clinici patologici che determinano sintomi e sofferenza in un alto numero di persone.” (figg. 156-157-158)

 

I plantari di stimolazione estero-propriocettiva ad azione neuro-muscolare hanno varie caratteristiche:

- funzione di risveglio e sollecitazione delle terminazioni nervose sensitive della pianta dei piedi, con conseguente stimolazione riflessa dei muscoli intrinseci del piede, e quindi, autocorrezione fisiologica delle anomalie statiche e dinamiche dell’apparato locomotore

- sono a carattere correttivo-funzionale e non protesico, permettono in molti casi una correzione con modificazione dell’aspetto del piede e delle sue arcate - hanno un’importante funzione posturale in quanto sono in grado di influenzare positivamente tutta la statica e la dinamica corporea, normalizzando le tensioni lungo le catene muscolari

- migliorano il ritorno venoso e linfatico riattivando la pompa periferica plantare.

 

Effettivamente con questo mezzo terapeutico si riesce a svolgere una sollecitazione prima esterocettiva e poi anche propriocettiva della pianta del piede, si riesce ad esercitare una stimolazione riflessa su zone ben specifiche della pianta dei piedi, innescando un treno di archi riflessi, come un bombardamento afferenziale, capace di distribuirsi a tutto il corpo e rimodularne le tensioni muscolo-fasciali. Le modalità e le zone di stimolazione saranno identificate grazie ad un’accurata anamnesi, un esame clinico del piede, una valutazione dell’appoggio al podoscopio, o meglio ancora, al podogramma, o alla pedana stabilometrica specifica, una attenta valutazione dell’assetto posturale, ed anche una valutazione dinamica. In effetti i nostri piedi sono stati strutturati per sostenere un carico su un terreno continuamente variabile, e quindi con uno scarico delle forze continuamente diverso.

 

Figg. 156-157-158. Notare la differenza tra i meccanocettori di sinistra, che mostrano una spazialità normale e di conseguenza anche una funzione normale, e gli stessi recettori a destra ed in basso, stirati perché indovati in strutture che presentano una tensione diminuita o aumentata. La loro funzione dovrà essere anch’essa alterata. In effetti, normalizzando le afferente neurosensoriali provenienti dalla pianta dei piedi non si fa altro che aumentare il rendimento di tutto il corpo. Se si guarda al nostro organismo come ad un sistema rappresentato da un insieme di sottosistemi, ognuno con funzioni specifiche, ma che unite determinano il benessere e la salute dell’insieme o del sistema, si comprende bene come sia importante che ogni singola struttura svolga al meglio la sua funzione. Infatti il rendimento di un sistema, qualunque sia la sua organizzazione, è dato dalla somma del rendimento di ogni sottosistema.

Nel tempo invece i nostri p iedi si sono abituati a camminare su un terreno perfettamente liscio, anelastico ed uniforme, non stimolando più adeguatamente i recettori sensoriali presenti nella loro pianta. I pazienti con questo problema, in genere camminano battendo il tacco, proprio perché hanno necessità di pressare i recettori plantari. Su un terreno artificiale, sempre omogeneo, vengono stimolati sempre i soliti gruppi muscolari, per cui i muscoli deboli diventano sempre più deboli ed i forti sempre più forti. Questo crea uno squilibrio che rinforza se stesso e che determina dismorfismi, paramorfismi, asimmetria della distribuzione del pannicolo adiposo, asimmetrie posturali, flebopatie.

Per poter capire l’importanza di tale metodologia è necessario, infine, precisare quale sia oggi l’impatto sociale ed economico delle patologie posturali.

Dall’analisi di ricerche condotte in Danimarca, Svezia, Stati Uniti, Olanda e Regno Unito emerge che il 50- 70% della popolazione adulta ha sofferto almeno una volta di dolore lombare. Il National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH - USA) pone tali patologie al secondo posto nella lista dei dieci problemi di salute più rilevanti nei luoghi di lavoro.

Da statistiche ISTAT sullo stato di salute della popolazione italiana, le sindromi posturali sono le malattie croniche più diffuse e risultano al secondo punto della classifica delle cause di invalidità.

Gli Istituti di Medicina del Lavoro hanno pubblicato studi indicanti le patologie croniche del rachide come prima ragione nelle domande di parziale non idoneità al lavoro specifico; le patologie acute dell’apparato muscolo scheletrico, anch’esse spesso riconducibili a squilibri posturali, sono al secondo posto (dopo le affezioni delle vie respiratorie comprendenti anche le sindromi influenzali). Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro, la lesione da sforzo (nel 60-70% dei casi rappresentata da una lombalgia acuta), si può anch’essa ricondurre a una misconosciuta sofferenza del sistema tonico posturale, che porta a fenomeni di squilibrio acuto con carichi eccessivi e soprattutto eccentrici, a cui il fisico non è preparato.

 

Negli anni, quindi, questa metodologia è diventata un vero e proprio “sistema diagnostico e terapeutico”, per cui non credo sia più possibile definire semplicisticamente plantare l’oggetto che permette tutto ciò. In effetti questi presidi sono dei “sistemi di miglioramento posturale a funzione neuroriflessa”, capaci di risvegliare e riportare alla normalità la funzione senso-motoria dell’intero organismo.

Se a questa già straordinaria funzione, associamo il fatto che hanno la caratteristica di poter essere assolutamente personalizzabili per ogni singolo paziente, ed addirittura, per ogni singolo piede, si riesce a comprendere la portata di tale diversità, rispetto a ciò che fino ad oggi è stato definito “plantare”. L’Attivo Ks Medical è un S.M.P. che permette di applicare una terapia etiologica primaria, correggendo alla radice le cause vere che hanno generato le alterazioni posturali. Applicato in età pediatrica, e mantenuto fino al consolidamento della memoria biologica dell’organismo, permette una prevenzione con correzione definitiva delle alterazioni, offrendo, di fatto, una chiave di lettura ed un programma terapeutico completamente diversi da quelli, ancora oggi usati nei dismorfismi e paramorfismi dei bambini.

 

Infine, negli ultimi anni, avendo attrezzato la nostra Scientific Factory anche con gait analysis ed elettromiografia, stiamo studiando anche l’applicazione del S.M.P. a pazienti neurolesi, portatori di esiti di poliomielite o in portatori di miastenia, ottenendo dei risultati, a dir poco, incoraggianti.

 

Indice Metodica originale

Copyright © 2000 Mariantoniettafusco Tutti i diritti riservati.
Aggiornato il :24-01-08 .

Webmaster: Giordano Stanislao 

By AvellinoNet


ricarica la home page