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Che i muscoli del tronco e del corpo mantengano il loro tono sulla base di meccanismi riflessi posturali è una cosa descritta su tutti i libri di fisiologia umana. L’adattamento al mantenimento di una postura bipede ed ortostatica, ha comportato per l’uomo un notevole impegno energetico e di reclutamento di tessuti e strutture specifiche, la cui unica finalità è vincere la forza di gravità. Tutte le funzioni del corpo umano si esprimono per attivazione di circuiti riflessi. Per meccanismo nervoso riflesso si intende ogni risposta motoria o secretoria, indipendente dalla volontà o dal controllo della coscienza, determinata da eccitamenti insorti in recettori periferici, propagati al sistema nervoso centrale lungo neuroni afferenti e quindi inviati agli organi effettori tramite neuroni efferenti. Il termine riflesso, quindi, vuole indicare non solo il percorso di andata e ritorno degli eccitamenti, ma anche la fissità, l’automatismo e l’ineluttabilità delle risposte riflesse stesse. Il riflesso, allora, è una risposta a stimoli di varia natura o di diversa origine, programmata in anticipo dall’organismo, al fine di evocare una immediata reazione utile a vari scopi. Non dovrebbe perciò sorprendere l’ipotesi che proprio da questi circuiti riflessi, se alterati, possa partire un quadro disfunzionale capace di generare anche sintomi, e, per lo più, sintomi algici. Sui libri c’è scritto che sono i riflessi esterocettivi e propriocettivi che danno tono al muscolo, non dovrebbe sembrare strano allora che alterazioni di tono, o la presenza di tono muscolare asimmetrico in gruppi muscolari simmetrici, debba essere ascritto ad afferenze sensitive disarmoniche o non uniformi. A questo punto, potremmo affermare che la quasi totalità delle sindromi disfunzionali dell’apparato locomotore, siano dovute ad una condizione che potremmo definire “Sindrome Disfunzionale Riflessa”. Il concetto di attività riflessa fu introdotto in fisiologia da Hales (1730) e Whytt (1755), a seguito di un esperimento condotto su una rana decapitata. Applicando sulla pelle dell’addome di una rana decapitata un pezzetto di carta imbevuta di acido acetico, la rana compie con uno o ambedue gli arti inferiori e/o superiori i movimenti utili a liberarla dello stimolo irritativo. Riporto dal Rindi Manni: “Il riflesso è la risposta che da l’organismo, sempre involontariamente e talvolta inconsciamente, a stimoli provenienti dall’ambiente che lo circonda o dal suo interno stesso. Il riflesso si estrinseca secondo modalità ben conosciute. Diceva Sherrington che il riflesso è l’unità funzionale più importante dell’attività integrativa che si manifesta nel sistema nervoso centrale. Ogni riflesso ha un suo finalismo. L’arco riflesso nella sua essenza più semplice consta di 5 costituenti riflessi. Un recettore, una via afferente, un centro nervoso, una via efferente, un effettore. Ci sono stimoli adeguati o precisi che servono ad evocare una certa risposta riflessa. Ciascun riflesso ha una sua soglia. Il riflesso giunge nel ganglio, con l’altro dendrite raggiunge il centro spinale dal quale partono le fibre efferenti dirette all’effettore. Sappiamo che i riflessi possono sommarsi tra di loro e sappiamo che possono reclutarsi reciprocamente, sappiamo che i riflessi anche se di natura diversa possono seguire una via comune. Sappiamo che una risposta riflessa è soggetta ad affaticamento, dopo poco perde la sua efficacia e che è quindi affaticabile. Sappiamo ancora che i riflessi possono essere inibiti da stimoli termici, dolorifici e propriocettivi muscolari. L’attività di un muscolo è governata in via volontaria ed involontario. Il controllo involontario dell’attività muscolare è il controllo riflesso propriocettivo. Questi riflessi si dividono in tonici ed in fasici. Mentre ultimi riflessi fasici sono fugaci e pronti, i riflessi tonici hanno una latenza maggiore e non risentono della fatica.”
L’ipotesi è che nelle sindromi disfunzionali, il movente eziopatogenetico risieda in una alterazione del riflesso tonico posturale, che porta ad una iperattività tonica riflessa. L’osservazione clinica dell’immediato rilasciamento muscolare e vertebrale che si ottiene in seguito a stimoli cutanei o vertebrali ci indurrebbe a rafforzare questa ipotesi. Se quindi le alterazioni funzionali sono alterazioni che nascono da un riflesso iperelicitato, capiamo come potrebbe essere un altro riflesso (termico, meccanico, dolorifico) che potrebbe comportarsi da riflesso inibitore. A questo punto è doveroso introdurre il concetto di dolore chimico e dolore meccanico.
Nelle patologie di origine organica, cioè con alterazione anatomica e/o istologica dei tessuti, o mediate da agenti patogeni, si rappresenta il dolore chimico dell’infiammazione con calor, tumor, rubor, dolor e funtio lesa. Nella patologia ad eziopatogenesi cosiddetta organica sono implicati fondamentalmente processi biologici a noi ben conosciuti. Questi, a titolo esemplificativo, sono osteoporosi, distorsioni, lussazioni, fratture, infiammazioni, borsiti, tendiniti, radicoliti, ecc.. In base a queste condizioni, se un’articolazione è infiammata, ha un aumento di sostanze come le prostaglandine, o come la sostanza p e quindi possiamo somministrare localmente (tramite infiltrazioni, o mesoterapia) o per via sistemica (Im o ev o per os) uno steroide che abbassa i livelli di prostaglandine, oppure un fans che inibisce la pompa del sodio. Se un arto è fratturato si ripristinerà la congruenza ossea e lo si immobilizzerà per il tempo di guarigione aiutando la rigenerazione con la magnetoterapia e con l’assunzione di calcio e fisioterapia precoce. Se un osso è osteoporotico gli si faciliterà il metabolismo mediante l’utilizzo di bifosfonati. Se un dolore è di origine neuropatica utilizzeremo la gabapentina o la acetilcarnitina per ricostituire il nervo, e così via. Mediante questo approccio la moderna medicina ha fatto e sta facendo enormi progressi scientifici e culturali, basti pensare alle protesi endo articolari, ai farmaci di nuova generazione sempre più efficaci nel trattamento dell’infiammazione e dei processi osteoporotici. Al contrario delle patologie di origine organica, nelle patologie disfunzionali NON sono presenti reperti anatomopatologicamente evidenti. Questo significa niente infiammazioni, niente edemi o fratture, etc. Quindi, a causa di questo, le analisi radiologiche di questi pazienti non mostreranno segni diretti di patologia d’organo, le analisi di laboratorio sono generalmente negative (Ellemberg 2002) e gli esami elettrodiagnostici non mostreranno niente di patologico (ho-Park 2002). Succede quindi che il paziente con diagnosi di danno tessutale viene trattato con successo; il paziente senza danno tissutale che riceve un trattamento farmacologico non avrà grandi vantaggi. Maggiori benefici, ottengono, invece, i pazienti affetti da patologie disfunzionali che si rivolgono ad altre tecniche terapeutiche come: manipolazioni vertebrali, mobilizzazioni vertebrali, agopuntura o needling, mesoterapia o infiltrazioni di ozono; massaggio shiatzu, massaggio thailandese; plantari propriocettivi o massaggio del piede, ultrasuoni o ipertermia, correnti diadinamiche e correnti tens, trazioni o allungamenti, rieducazione propriocettiva, rieducazione posturale, rieducazione motoria, esercizi respiratori, copping o moxa.
La domanda che la classe medica dovrebbe porsi è: cosa è che accomuna terapie tanto differenti tra loro? Quello che sembra un comune denominatore delle terapie fisiche sopracitate, pur nella loro diversità, è l’innesco dei circuiti riflessi attraverso la stimolazione recettoriale sia cutanea che sottocutanea. Allora facciamo mente locale.
1. Sappiamo che l’apparato locomotore è organizzato sulla base di riflessi spinali governati da centri superiori. I riflessi spinali sono fi- nalizzati a mantenere l’omeostasi funzionale della postura ed il controllo superiore è finalizzato all’attività volontaria ed alla supervisione e modulazione del movimento e della postura 2. Sappiamo che il sistema posturale gioca un ruolo importante nella patogenesi della sintomatologia algica disfunzionale dell’app. locomotore, e che quest’ultima è caratterizzata da dolore meccanico dovuto a muscoli superficiali mantenuti in contrazione cronica 3. Sapendo che il muscolo posturale è governato fondamentalmente in via riflessa multisinaptica e che questa via riflessa multisinaptica riceve afferenze da cute, sottocute, muscoli, capsule, si può dire che le afferenze in qualche maniera vanno ad intromettersi nei meccanismi di tipo tonico posturale inibendoli o stimolandoli, a seconda del tipo di intervento 4. Se riconosciamo alla stimolazione recettoriale una funzione terapeutica, dobbiamo supporre che la patologia funzionale sia modulabile attraverso la stimolazione di circuiti spinali mediante modulazione delle afferenze sensoriali periferiche. Potrebbe essere ipotizzato, allora, che la elettronegatività del motoneurone tonico venga in questo modo ad essere modificata con un bombardamento afferenziale e, con la modificazione di questi equilibri, si venga ad avere un miglioramento del quadro doloroso aspecifico di origine meccanica. La presenza di muscoli superficiali dinamici tenuti in contrazione cronica che, accorciandosi, alterano la spazialità dei cingoli e/o delle grandi articolazioni, e generano le cosiddette sindromi disfunzionali e posturali, con dolore meccanico e non chimico, potrà essere interpretata, dal punto di vista etiopatogenetico, come una dis-funzione del sistema di stabilizzazione verticale, legata a disarmoniche afferenze neurosensoriali provenienti dalla periferia e, perché no, dal comparto viscerale. Intervenire direttamente con una rimodulazione di tali afferenze, significherebbe attuare una terapia etiologica primaria su tali patologie. D’altra parte la stimolazione riflessa o lo studio dei riflessi viene già praticata in medicina, specie nell’esplorazione diagnostica di tipo neurologica. Sono ben noti fenomeni come: - STIMOLAzIONE RIFLESSOLOGICA - RIFLESSI CUTANEI - IL FENOMENO DI BABINSKI Strisciando con un oggetto appuntito lungo il margine esterno della pianta del piede si ottiene, in condizioni normali, la flessione delle dita (fig. 143a). In condizioni patologiche, e cioè nella lesione delle vie piramidali, si ottiene invece una estensione o dorsi- flessione dell’alluce al punto di congiunzione metatarso-falangeo (= fenomeno di Babinski) (fig. 143b). Qualche volta si ha pure l’allargamento a ventaglio delle ultime quattro dita (= fenomeno di Duprè). Una risposta analoga al segno di Babinski può essere ottenuta anche con altre manovre. (fig. 144) - SEGNO DI OPPENHEIM. Si provoca strisciando lungo il margine anteriore della tibia il pollice e l’indice, facendoli scorrere dal ginocchio verso il piede, seguendo la cresta tibiale - SEGNO DI GORDON. Si stringono con forza tra le mani le masse muscolari dei gemelli - SEGNO DI SCHAEFFER. Si provoca pizzicando il tendine d’Achille tra il dito indice ed il pollice. Il valore semeiologico del segno di Babinski. - Il segno di Babinski consiste in un’alterazione del normale riflesso cutaneo plantare - Solitamente la stimolazione della pianta del piede provoca movimenti riflessi di flessione (piede sulla gamba, gamba sulla coscia e coscia sul bacino). Taluni soggetti normali mostrano immobilità delle dita dei piedi dopo stimolazione plantare ma, e questo è il punto essenziale, non presentano mai movimenti di estensione, soprattutto per quanto riguarda l’alluce - Per ottenere il fenomeno di Babinski, è importante che i muscoli del piede e della gamba non siano contratti. È perciò utile che la gamba sia lievemente flessa sulla coscia e che il piede appoggi sul letto lungo il suo margine esterno - Il fenomeno della dorsiflessione dell’alluce non è in rapporto diretto con la gravità della lesione del sistema piramidale.
È tuttavia espressione di un disordine temporaneo o permanente di tale sistema. - In genere, nel lato non paralizzato, il riflesso plantare cutaneo è normale; in alcuni casi, tuttavia, il riflesso può essere alterato anche nel lato opposto, sebbene in modo meno accentuato che nell’arto non paralizzato - Il segno può anche manifestarsi in casi di paraplegia flaccida con riflessi tendinei diminuiti o assenti; può d’altronde essere assente o lieve in casi di paralisi evidente. Nei neonati la stimolazione plantare provoca normalmente l’estensione delle dita dei piedi, probabilmente a causa della incompleta maturazione del sistema piramidale. Oltre al riflesso di Babinski, si utilizzano abitualmente anche molte altre indagini riflessologiche con chiare indicazioni diagnostiche, ne ricordiamo alcune: - orbicolare delle palpebre - nasopalpebrale - mandibolare - scapolomerale - bicipitale e tricipitale - supinatore e flessore della mano e delle dita - rotuleo - achilleo, e molti altri anche viscerali
Allora, se si è capito che il sistema tonico ha significato antigravitario, e si è capito che la componente sensoriale gioca un ruolo importante nell’organizzazione della funzione sia del sistema tonico antigravitario che motorio, tanto che la moderna biomeccanica medica parla di funzione senso-motoria dell’organismo, il piede che ruolo ha nell’organizzazione di tutto ciò? Ed ancora, quale contributo potrebbe dare la posturologia all’inquadramento ed al trattamento delle sindromi disfunzionali dell’apparato locomotore? Ed infine, come si può intervenire sul funzionamento del sistema tonico antigravitazionario? Navigando nel web, alla voce “posture”, abbiamo trovato, pubblicate su Medline, decine di articoli che dimostrano la correlazione tra la funzione neurorecettoriale sensitiva della pianta del piede, non solo con la postura eretta dell’organismo, ma anche con la attivazione del tono di muscoli motori, ed anche con la funzione neurorecettoriale di tutti gli altri distretti corporei.
Volendo, quindi, utilizzare la pianta del piede come porta terapeutica, attraverso cui agire su tutto l’apparato locomotore, sia sulle sue componenti toniche che fasiche, innescando una modulazione neurosensoriale mirata a rafforzare la componente antigravitazionale, per mantenere costante e fisiologica la spazialità intrarticolare, e, di conseguenza, eliminare le contratture croniche nei muscoli superficiali dinamici, liberi di tornare ad una funzione di muscoli fasici, abbiamo sicuramente pensato all’utilizzo di plantari. Certo non plantari rigidi, o semirigidi o cedevoli, né con funzione meccanica, né statica né dinamica. Abbiamo pensato a plantari stimolanti, capaci cioè di riportare alla normalità la funzione e la sensibilità della pianta del piede, attraverso una sollecitazione pressoria di tipo elastico, graduata e graduale. Addormentati e resi sordi da secoli di contatto con superfici sempre più rigide, anelastiche e lisce; imprigionati in calzature sempre più costruite per la testa e per gli occhi e non più per i piedi, i nostri neurorecettori sensitivi periferici sono ormai allo stremo. Cercano di comunicarci il loro disappunto e la loro sofferenza, ma noi, che non ci poniamo il problema di imparare il loro linguaggio, cerchiamo soltanto di soffocarli ulteriormente e zittirli definitivamente. Ci siamo mai chiesti come mai la lombalgia cronica sia una malattia sociale nel mondo occidentale, colpendo circa l’80% della popolazione, e sia invece sconosciuta tra i popoli aborigeni? Fattori genetici, si potrebbe pensare. Ed invece no! Gli stessi soggetti, portati nel nostro ambiente, sviluppano con la stessa incidenza e frequenza nostra, tale sindrome. Allora la differenza sta in fattori ambientali. Molto probabilmente camminare scalzi, ma su terreni naturalmente irregolari e non uniformi, permette di mantenere normale la funzione neurorecettoriale della pianta dei piedi. I nostri piedi, quindi, non sono semplici punti di appoggio, ma sono analizzatori del terreno su cui poggiano ed inviano al resto del corpo le informazioni circa ciò che hanno non solo sentito, ma anche e soprattutto le informazioni circa quello che hanno capito del terreno stesso. Partendo da queste premesse, abbiamo scelto di utilizzare come materiale di costruzione del nostro plantare attivo stimolante la SMR, standard malaysian rubber, che facciamo vulcanizzare in posizione 5,7 cis. La vulcanizzazione permette l’introduzione nella molecola della fibra vegetale, in posizione 5 e 7, di un ponte sul- fidrilico che enfatizza la scorrevolezza e la consistenza delle fibre, rendendole di fatto identiche al complesso acto-miosinico delle nostre fibre muscolari striate. Il materiale così ottenuto presenta le seguenti caratteristiche fisiche: 1. capacità elastica uguale al peso a cui viene sottoposto con una memoria elastica del 100% 2. coefficiente di compressibilità e deformazione isoterma pari e corrispondente alla reazione elastica 3. carico di rottura pari a 300 Kg. per cmq. 4. allungamento a rottura pari a 590%. |
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